Il volume racconta, in poco più di duecento pagine, la vicenda umana e cristiana di Maria Angela Domenica Alfieri, nata a Borgo Vercelli, piccolo comune di poco più di duemila abitanti, il 23 febbraio 1891, da una famiglia potremmo dire di ceto medio, dedita al lavoro dei campi, come padroni e come affittuari.

Dopo di lei sono venuti al mondo Angela, Adele e Carlo. Battezzata il giorno dopo la nascita e cresimata, a quasi nove anni, il 14 gennaio 1900, nel luglio 1901, ha concluso i suoi studi di scuola elementare e si è dedicata ai lavori domestici, in aiuto alla madre.
In particolare si prende cura del fratellino e coltiva l’arte del ricamo.

Da adolescente comincia a pensare ad una scelta monastica, sull’esempio di sue parenti, divenute “Suore di carità” nella congregazione, fondata nel 1799 da Santa Giovanna Antida Thouret (1765-1826), sotto la protezione di San Vincenzo de’ Paoli (1581-1660). Così, il 20 dicembre 1911, Maria diviene “postulante” nel monastero “Santa Margherita” di Vercelli, sapendo che la scelta comporta, oltre ai voti di “povertà, castità e obbedienza” il “quarto voto” di “generosa consacrazione al sollievo di tutte le categorie di poveri”.

All’età di ventidue anni, il 25 marzo 1913, veste l’abito religioso e assume il nome di suor Enrichetta, mentre negli anni successivi frequenta vari corsi di studi, fino a conseguire, il 12 luglio 1917, l’abilitazione all’insegnamento elementare. Due mesi dopo, il 10 settembre 1917, emette i primi voti “temporanei”, quando, da un paio d’anni (esattamente dal 1° luglio 1915), quattro suore di Carità, entrano nel carcere milanese di San Vittore e una zia di suor Enrichetta, Elena Compagnone, diventa superiora della piccola comunità religiosa femminile.

Segue un lungo periodo di malattia, che l’affliggerà per quasi quattro anni, senza trovar sollievo, neppure dopo un pellegrinaggio a Lourdes, fino a ricevere, il 5 febbraio 1923, l’estrema unzione. Dopo alcuni giorni, però, si sente, ad un tratto, guarita e decide un secondo pellegrinaggio a Lourdes, non più in barella, ma “come infermiera al servizio degli ammalati” e, dopo tre mesi, il 4 maggio 1923, inizia la sua attività presso il carcere di San Vittore, affrontando situazioni delicate e complesse, come quelle legate alla rivolta dei carcerati del 1925 e all’intervento dell’esercito.

Frattanto vi è la professione religiosa perpetua tra le “Suore di carità”, mentre, fra il 1926 e il 1934, la fondatrice del suo Ordine viene beatificata e canonizzata da Papa Pio XI. Nel 1939, intanto, accetta di succedere alla zia suor Elena come superiora delle suore di San Vittore, dimostrando capacità di governo, anche con interventi presso il Ministero, a cominciare dal “nido”, che promuove a favore delle detenute e dei loro bambini, da servire sempre con amore e con attenzione ai bisogni, mai ai motivi che avevano portato alla carcerazione. Anche la preghiera a Maria va fatta specialmente “per ottenere il dono di saper ascoltare”, in modo da poter partecipare al dramma di ogni singola detenuta.

Il libro si sofferma poi particolarmente sul periodo della dura gestione del carcere da parte dei tedeschi durante la seconda guerra mondiale, quando Milano è sottoposta a duri bombardamenti, dal giugno all’agosto 1940, ripresi poi violentemente dopo il 25 luglio 1943, con rivolte dei detenuti, specie dei “politici” e relative repressioni dei tedeschi occupanti, che impongono il loro controllo, col criterio usato per i Lager.

Il racconto sottolinea i ripetuti interventi del cardinale Ildefonso Schuster (1880-1954) – beatificato da Benedetto XVI il 12 maggio 1996 – per ottenere il ritorno delle suore a San Vittore e attenuare le spietate reazioni dei tedeschi e degli italiani fedeli alla “Repubblica di Salò”, mentre le suore restano fedeli alla sola “Legge della carità”, non facendo distinzione alcuna tra detenuti comuni, ebrei, comunisti, partigiani e fascisti.

Qui il libro ricorda l’arresto di note persone, che poi avrebbero reso testimonianza a favore delle suore e di suor Enrichetta in particolare, “epicentro di ogni speranza e aspettativa”, come Indro Montanelli o Mike Buongiorno o don Paolo Liggeri, della Compagnia di San Paolo, che poi finirà in cinque successivi Lager, compresi Mauthausen e Dachau.

Le suore frattanto, allontanate nel 1943, riprendono servizio, il 14 febbraioi 1944, nella sezione femminile, con circa duecento detenute politiche, accolte – dopo l’umiliazione delle perquisizione e dell’ispezione corporale, dalle suore “patriote, oltre che cristiane” – per dirla con una di esse, suor Policarpa – che forniscono, fra l’altro, un vitto decisamente migliore rispetto a quello della sezione maschile.

Suor Enrichetta si coinvolge, in particolare, nel periodo caratterizzato dal dominio nazista dell’Italia settentrionale, nella «Organizzazione soccorsi cattolici antifascisti ricercati» (OSCAR), rete di aiuto operante presso il collegio arcivescovile San Carlo di Milano, talora in contatto diretto con membri della Resistenza, fino a subire l’arresto, con l’accusa di spionaggio e di intesa segreta col nemico (matricola 3209, con la lettera “V” dei grandi vigilati.

Di qui la condanna alla fucilazione, sostituita poi dalla deportazione in un Lager, che neppure avverrà, perché, su nuova richiesta del card. Schuster, sarà scarcerata e inviata prima alla Casa di cura del Policlinico milanese, fino al 7 ottobre 1944, e poi trasferita ad una residenza religiosa di Grumello, in provincia di Bergamo, dove resta fino al 24 dicembre 1944, quando sarà ospite delle “Suore della Carità” di Brescia, ben liete di accoglierla.

Dedica i mesi seguenti ad una prima stesura delle sue memorie, che interrompe nei giorni della “Liberazione”, quando Mussolini lascia Milano e i tedeschi si ritirano dalla sede del loro “Comando” all’Hotel Regina, sotto gli insulti della folla, che festeggia, tra il 26 e 27 aprile 1945, la fine della guerra e la ritrovata libertà. Vi è quindi per lei il ritorno a San Vittore, dove il lavoro è diventato ancora più gravoso, per l’ingresso di centinaia di detenute e migliaia di detenuti, accusati di essere stati “collaborazionisti”, autori di disordini e di sommosse, mentre la superiora Suor Enrichetta cerca di tenere alto il morale e di far fonte a nuove esigenze.

Verso la fine del 1946, in una lettera del 17 dicembre, Suor Enrichetta scrive ai genitori, sottolineando che non a caso in quei giorni la liturgia prevede, subito dopo il Natale, la festa del protomartire Stefano e dei Santi Innocenti, come a suggerire l’accostamento al presepio del Calvario e della Croce di salvezza.

Segue un nuovo capitolo sul caso «terribile e pietoso» di Rina Fort, assassina di una madre e dei suoi tre bambini, figli dell’amante Giuseppe Ricciardi, che sarebbe poi divenuta aiutante in diversi servizi, grata al suo «angelo consolatore», Suor Enrichetta, «per averla fatta tornare donna».

Nel gennaio del 1949 muoiono i genitori della nostra suora, seguiti, ad un anno di distanza, dalla zia Elena Compagnone, che l’aveva preceduta nel servizio di superiora. In quello stesso 1950 una brutta caduta provoca a Suor Enrichetta sei mesi di cure e di controlli medici, mentre il direttore del carcere vorrebbe ora sostituirla nel ruolo di superiore ed è lo stesso sindaco di Milano, avvocato Antonio Greppi, a chiedere che non venga  sostituita.

Sarà il Direttore generale degli Istituti di pena, dottor Luigi Ferrari, il 5 maggio 1951, a visitare la nostra suora e ad augurarle di poter fare ancora tanto bene, ma, solo due mesi dopo, è costretta a sottoporsi a nuove cure e a scrivere alle sorelle e al fratello del nuovo peggioramento. Mandata al Sacro Monte di Varallo per ritrovare un po’ di salute, continua a prendersi cura delle sue suore e a tenere i contatti con i suoi cari, senza veri miglioramenti di salute, costretta com’è nuovamente a letto, per un forte attacco di artrosi lombo-sacrale e di epatite.

Non resta alle suore che avvisare, il 19 novembre, la famiglia della fine ormai imminente, che si verifica alle ore 15 del 23 di quel mese, con tutte le suore attorno al letto e col cappellano, che dà nuovamente l’estrema unzione. Domenica, 25 novembre 1951, si celebrano i funerali nella basilica di San Vittore.

Sul drappo che copre la bara si legge: «Tra le mura tristi dove si espia, e nelle tetre celle in cui, nelle ore tragiche della Patria, si scontava la colpa di amare la libertà e l’Italia, per lunghi decenni tribolata, passò come un angelo, pianse come una mamma, nel tacito eroismo di ogni dì. In fervida pace, come fiamma viva avvampò e si spense Suor Enrichetta Alfieri, veramente e sempre Suora di Carità».

Il giorno dopo i funerali, il 26 novembre 1951, si tiene una seduta straordinaria del Consiglio comunale di Milano, per una solenne commemorazione di Suor Enrichetta Alfieri da parte del nuovo sindaco Virgilio Ferrari, successore di Antonio Greppi, già sindaco dalla Liberazione al 25 giugno 1951. Nel Natale di quello stesso anno egli assegna il «Premio Notte di Natale» alla memoria di Suor Enrichetta Alberti.

Nel decimo anniversario della fine della guerra poi, l’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane dà alla nostra Suora un attestato di riconoscenza, mentre, il 28 settembre 1985, il cardinale Carlo Maria Martini le esprime il riconoscimento della Chiesa milanese per l’opera svolta negli anni della guerra di liberazione, attuando quella “ribellione per amore”, che ha riscattato l’uomo da menzogna, viltà e paura. Il 7 dicembre 1991 poi il sindaco Paolo Pillitteri conferisce una medaglia d’oro di benemerenza civica alla memoria di Suor Enrichetta, per le «ineguagliabili doti di amore e di altruismo», esponendosi poi, negli anni dell’occupazione nazista, «per la salvezza di numerosi ebrei e di antifascisti».

Vengono infine ricordate le tappe del processo di canonizzazione, col decreto di venerabile del 19 dicembre 2009 e l’annuncio della beatificazione, il 2 aprile 2011, da parte del cardinal Dionigi Tettamanzi di Suor Enrichetta Alfieri, insieme a don Serafino Morazzone e a padre Clemente Vismara.

Viene sottolineata anche l’apertura “profetica” della testimonianza di Suor Enrichetta, che preannunciava l’articolo 27 della Costituzione della Repubblica Italiana, per il quale «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Di qui anche l’auspicio del cardinal Martini per aprire il varco ad una alternativa al carcere, perché, se si vuole reinserire qualcuno nel contesto sociale, non lo si deve isolare in un carcere, ma si deve perseguire un «trattamento in libertà».

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