Diario di un pacifista austriaco della prima guerra mondiale.

 

Si tratta di un volume, uscito nel novembre 2015, presso il “Centro Gandhi Edizioni” di Pisa, tradotto dal tedesco e curato dal prof. Francesco Pistolato, del Centro Interdipartimentale di Ricerca sulla Pace “Irene”, dell’Università di Udine. Il testo è opera di un autore ebreo austriaco, Alfred Hermann Fried, nato a Vicenza nel 1864 e lì morto nel 1921. Fried era stato fondatore, nel 1899, della rivista «Friedens Warte» (La sentinella della pace), che era divenuta l’organo principale della sua idea di “cultura di pace”, ispirata al pensiero e all’opera di Bertha Von Suttner (1843-1914).

Questa era divenuta amica e consigliera di Aldred Bernhard Nobel (1833-1896), chimico, inventore, fra l’altro, della dinamite, oltre che grande filantropo.
Egli avrebbe lasciato per testamento la propria fortuna alla fondazione omonima, con lo scopo di distribuire ogni anno premi ai “benefattori dell’umanità”, nei campi della fisica, della chimica, della medicina, della letteratura, nonché (dal 1969) anche dell’economia, oltre che nel campo della pace. Qui fu proprio l’austriaca Von Suttner a ricevere uno dei primi premi, già nel 1905. Può essere interessante ricordare che i primi due italiani a ricevere il premio furono il medico Camillo Golgi (1843-1926) e il ben noto poeta e critico letterario Giosuè Carducci (1835-1907).

Qualche anno dopo, nel 1911, il Nobel per la pace, nel silenzio assoluto della stampa austriaca e tedesca, fu assegnato proprio a Fried, ex aequo con il giurista olandese Tobias Michael Carell Asser (1838-1913), membro della corte dell’Aja. Due anni dopo poi l’Università di Leida, in Olanda, conferì sempre a Fried il dottorato honoris causa in Scienze dello Stato, affidandogli l’incarico di preparare la “Conferenza Mondiale per la Pace”, da tenere a Vienna. In realtà, dopo la conclusione della “inutile strage”, egli verrà del tutto emarginato e lasciato morire di fame e di freddo a Vienna, in una baracca di un “orto di guerra”. Gli era stato concesso – come conclude Pistolato (pag. 33) – un appartamento, ma non riuscì ad entrarvi, dovendosi ricoverare in ospedale, dove morì il 4 maggio 1921. Il corpo verrà cremato a Monaco di Baviera, ma «l’urna con le ceneri si sarebbe persa durante il trasporto a Vienna», come si legge nella conclusione della Cronologia di Fried, curata da Francesco Pistolato (pp. 31-33).

A pagina 37 comincia il vero e proprio “Diario di guerra” di Fried, partendo dal 7 agosto 1914, a dieci giorni dalla “dichiarazione di guerra dell’Impero austro-ungarico al Regno di Serbia, quando da pochi giorni vi era stata la dichiarazione di guerra dalla Germania alla Russia prima e poi alla Francia e quindi al Regno Unito d’Inghilterra. L’Italia, invece, legata dalla “Triplice Alleanza” all’Austria e alla Germania, rimase neutrale fino a quando, nel 1915, dichiarò guerra all’Austria e, nell’agosto dell’anno seguente, anche alla Germania.

Di fronte a questi schieramenti Fried osserva che si tratta di una lacerazione interna all’Europa, «l’Europa contro l’Europa» annota (pag. 41), che avrebbe portato alla demolizione della cultura e all’annientamento di tutte le garanzie di libertà e di umanità. «Non esiste una guerra umana […]», dato che «l’unica umanità consiste nell’eliminare la guerra dalla vita dei popoli» e tanto meno è accettabile «una guerra preventiva, la più ripugnante», che lo stesso Bismark «ammoniva di non combattere mai». Magari «i sopravvissuti esalteranno la bellezza e la grandezza della guerra», ma «quelli che sono rimasti vittime del suo orrore non potranno più far sentire la loro voce» (Cfr. pp. 46-48).

Non mancano anche riferimenti “religiosi”, specie a partire dal Natale 1914, se non altro per la capacità di ritrovarsi insieme, «senza odiarsi né massacrarsi a vicenda», nonostante le diverse nazionalità e appartenenze sociali, in nome di un pacifismo umanitario, capace di superare la guerra come forma di «anarchia internazionale» (pag. 55). «Uno degli ostacoli più duri per la filosofia della guerra – osserva Fried (p. 69) – è il Vangelo. La dottrina dell’amore per il prossimo è scomoda e il sermone della Montagna incontrerebbe oggi i critici più severi». Non mancano però vescovi, come quello di Spira, che scriveva si che di fronte al Vangelo «non è ammissibile il piacere di fare la guerra», ma aggiungeva che «lo stesso Vangelo rifiuta l’osservanza del sabato a tutti i costi»… e «il suo invito alla pace non si riferisce alla pace tra entità politiche, ma alla pace religiosa con Dio» e non è quindi ammissibile il giù le armi della Von Suttern, perché «lascia all’autorità il diritto di appellarsi alla spada» e «il Vangelo […] presenta la guerra come parte inevitabile della storia del mondo».

«E’ una follia – scrive ancora Fried – far crescere con cura le persone, per poi lasciare che queste nel fiore degli anni vengano a centinaia di migliaia portate via dalla furia di strumenti di uccisione di massa, costruiti con grande accuratezza […]. Oggi la proprietà in tutti i paesi civili è sacra e garantita, ma la vita dei cittadini no […]. Non ci sono altri nemici che coloro i quali vogliono credere ineliminabile la guerra». «Non ho ancora trattato – scriveva l’autore – il caso di Edith Cavell (una cittadina inglese di professione infermiera), che aveva aiutato a far fuggire all’estero giovani chiamati alle armi belgi, francesi e inglesi, i quali poi hanno prestato servizio nell’esercito nemico». Vi era stata la decisione di condannare l’infermiera a morte e Fried osservava che forse era comprensibile tale decisione, ma non la motivazione addotta, per cui la donna, che in quanto tale, non poteva essere giustiziata, doveva morire «per essere di monito agli altri» (p. 85). Nei costi delle iniziative di guerra si parla delle enormi quantità di beni distrutti, ignorando le centinaia di migliaia di persone uccise, senza che vi siano state vere vittorie o che si siano ottenuti vantaggi strategici reali (p. 91). Parlando del terzo anno di guerra, Fried evocava le (p. 95) le spaventose stragi degli armeni, specie se cristiani, e spaventose crudeltà commesse nei loro confronti, coinvolgendo anche dopo la fine della guerra milioni di persone, specie durante la guerra greco-turca del 1920-1922 (vedi p. 96, nota 84). Grande rilievo viene anche dato alla decisione degli Stati Uniti di entrare in guerra (p. 101), un fatto certo non irrilevante per Fried, anche solo dal punto di vista della solidarietà internazionale. Una tale estensione del conflitto «i pigmei dal luglio 1914 non si sarebbero certo aspettati» egli osserva ancora (p. 102), anche se il ministro tedesco della Guerra dichiarava che non era per nulla preoccupato della decisione assunta dagli Stati Uniti di entrare in guerra «non contro il popolo tedesco, ma contro il suo governo». Sottostava ad un tale ragionamento anche «l’idea sbagliata che si potesse umanizzare la guerra» (p. 105) e Fried ricorda l’episodio di un’insegnante di matematica processata per “agitazione pacifista”, che si era servita del Manuale di Fried sul movimento per la pace e che fu prosciolta per «idee squilibrate, a causa di un esaurimento nervoso» mentre positive sarebbero state le posizioni opposte di politici, professori, “preti di guerra” ecc. (p. 105).

«Questa guerra è stata possibile – osservava ancora Fried (p. 113) – perché il pensiero non si è sviluppato nella stessa misura delle capacità tecniche» e se la Germania potrà riprendersi, nonostante la sconfitta, per l’Austria-Ungheria non sarà altrettanto. Per essa infatti la sconfitta sarà equivalente all’annientamento – riconosceva l’autore (p. 114), con sostanziale comprensione della realtà. Vi era stata intanto, il primo agosto 1917, la famosa lettera di papa Benedetto XV, con l’invito a cessare la «inutile strage» e a perseguire una pace equa e giusta, comprendente, ad esempio, l’evacuazione totale del Belgio, del territorio francese e dei Paesi dell’antico regno di Polonia, tutte mete fatte proprie da tutti i contendenti. Fu espressa la «particolare simpatia» per la proposta del papa di porre «al posto delle armi la forza morale del diritto», facendo di tutto perché «in nome del cristianesimo, sparisca la guerra come mezzo di confronto tra i popoli». Intanto il primo ministro inglese David Lloyd George, il 22 ottobre 1917, fa apparire la pace ancora lontana (di fatto almeno un anno).

Era il periodo in cui sarebbe arrivata per gli italiani “Rotta di Caporetto” (novembre 1917), con 180.000 prigionieri e 1.300 cannoni requisiti, una «prodezza militare», che si rivelò una «disfatta polita» (p. 125).Si riparla della necessità di «una pace generale, che metta ordine e la faccia finita con la guerra», ma si capisce che «la guerra continuerà» (p. 127). E si ritorna al parlare del Premio Nobel per la Pace, conferito sempre nel 1917 al «Comitato Internazionale della Croce Rossa» di Ginevra, che per Fried induce a pensare che tutto quello che si può fare è di «alleviare le conseguenze della guerra». Intanto arrivano i primi “segnali di pace”, a cominciare dalla Russia, arrivata al bolscevismo e costretta ad «accettare senza condizioni l’ultimatum tedesco» (p. 135), ma questa è una falsa pace, una trasformazione della guerra acuta in guerra latente». Si parla ancora di guerre o di battaglie “scoppiate”, come si trattasse di “catastrofi naturali” (p. 138). Analogamente a quanto avviene con le fiere annuali, si ? che ci sia un “clou”, come il «cannone enorme in grado di bombardare Parigi da una distanza di 120 chilometri […] la “Tour Eiffel della guerra”, la meraviglia della grande offensiva della primavera del 1918» (p. 139), dopo che già papa Benedetto aveva emesso la sua “Nota” del primo agosto 1917 sulla “inutile strage”, con alcune richieste ben precise già prima ricordate. Era intanto iniziato il «quarto inverno di guerra» e il primo ministro inglese Lloyd George riprese a parlare di guerre preventive, come se una guerra preventiva non fosse che «il prolungamento di una guerra già in atto» (p. 123). Intanto, il 15 dicembre 1917, vi erano state trattative di pace tra Germania, Austria-Ungheria, Bulgaria e Russia, con una prima pace conclusa il 3 marzo 1918, in termini favorevoli alle potenze centrali, mentre si parlava di grandi battaglie «scoppiate» ad ovest, come si trattasse di catastrofi naturali, e il comandante in capo dell’esercito tedesco, dal 1916 al 1918 era stato Paul Hindnburg (1847-1934), poi Presidente della Repubblica di Weimar, che avrebbe nominato Hitler cancelliere il 30 gennaio 1933 (p. 138, nota 135).

Fried aveva riconosciuto da tempo la necessità di una pace separata, con la cessione fra l’altro all’Italia del Tirolo del Sud (p. 149), come sarebbe avvenuto nei trattati di pace, e non certo con la squadriglia dei cinque aerei italiani guidati su Vienna, il 13 agosto 1918, da Gabriele D’Annunzio (p. 153). Ma non hanno neppure molto senso «le pretese dei cechi su un territorio chiaramente tedesco» o quelle dei polacchi su Danzica o anche la «poco onorevole offensiva italiana contro l’esercito austro-ungarico in ritirata e in dissoluzione (p. 163)», dove ricorda anche la sua personale esperienza a Trento per «l’atmosfera di oppressione in cui si viveva in quella città, per la brama di riunirsi alla nazione italian» (p. 163).