Oggi, non solo sulla stampa cattolica, è possibile leggere interventi dedicati al pensiero e all’opera politica di Alcide De Gasperi (1881-1954), generalmente di grande apprezzamento della sua personalità e delle sue scelte a favore di un effettivo rinnovamento democratico del nostro Paese (Nota 1). Tale rinnovamento era sempre visto da lui nel contesto dell’unità europea, oggi sottoposta a preoccupanti tensioni e fenomeni di crisi. Basti pensare ai fatti recenti verificatisi in Inghilterra, Ungheria, Paesi Balcanici, per non parlare della Grecia e delle posizioni assunte “Per un’altra Europa” dal Premier greco Alexis Tsipras.

Vale dunque la pena ritornare all’idea di Europa sostenuta da De Gasperi, puntando in particolare sul volume della studiosa francese Elisabeth Arnoulx De Pirey, che offre numerosi e interessanti spunti di valutazione dell’opera dello Statista italiano, specie in riferimento alla sua concezione dell’unità europea. Si tratta di un testo non recente, ma significativo, a cominciare dal titolo De Gasperi, Il volto cristiano della politica, Ed. San Paolo, Torino 1992, seconda edizione 1994.

Riprendiamo alcuni dati della sua vita, cominciando dalla nascita, avvenuta nel 1881 a Pieve Tesino nella provincia di Trento e ripercorrendone alcune tappe, sulla scia specialmente del volume citato, non dimenticando testi assai noti di nostri Autori, ben presenti nelle numerose note del libro e certo non ignorati da Giulio Andreotti (nato a Roma nel 1919 e lì morto nel 2013), che nel 1991 ha steso la Prefazione dell’opera (pp. 7-8).

Su De Gasperi ha scritto vari testi Pietro Scoppola (Storico contemporaneista nato a Roma nel 1926 e lì morto nel 2007) e Gaetano Salvemini (anch’egli contemporaneista, nato a Molfetta in Puglia nel 1873 e morto a Sorrento, celebre comune in provincia di Napoli, nel 1957). Quest’ultimo in particolare, facendo un confronto fra De Gasperi e Togliatti, dichiarava preferibile il primo «per quanto obtorto collo» al secondo, disposto questi a rimproverare l’Unione Sovietica se non fosse intervenuta, col suo “fraterno aiuto”, in occasione della rivolta ungherese nel novembre 1956. Meglio la limitazione della sovranità all’ombra della pax americana, che sotto la minaccia del «fraterno aiuto sovietico» (nota 2).

Osserva Giulio Andreotti nella prefazione a questo volume che De Gasperi era «Spirito pronto alle mediazioni», ma convinto anche «che vi sono momenti in cui si impongono tagli netti», indicando agli italiani “liberi” «tre obiettivi:

democrazia parlamentare garantita, solidarietà mondiale (Onu), creazione di una realtà europea unita». Conclude Andreotti la sua prefazione, ricordando che «De Gasperi “uomo” ebbe la stima non solo dei papi Giovanni XXIII e Paolo VI, ma anche di Pio XII, che nel 1949 – ricorrendo il trentennale degli accordi tra la Chiesa e lo Stato Italiano – gli rivolse pubblicamente un vero attestato di ammirazione, anche ma non solo morale» (nota 3).

Di fronte ai ricorrenti episodi di crisi dell’unità europea conviene dunque ripensare all’opera di De Gasperi come a quella di un “ricostruttore della patria” (nota 4), a partire dalla promulgazione di una Costituzione democratica, “esemplare” per tanti altri Paesi, per venire all’assicurazione della stabilità monetaria e della ripresa economica. Importante fu anche il suo ruolo nella revisione dei trattati di pace o per la ratifica dei Patti Lateranensi, per non parlare della restituzione di Trieste all’Italia o della realizzazione della “Cassa del Mezzogiorno”, pur nella sottovalutazione delle pesanti influenze della Mafia o della Camorra. Non mancarono infine i riconoscimenti internazionali a lui attribuiti, con la nomina a secondo presidente della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), rivelandosi – come scrive l’Arnoulx De Pirey – «superiore a ciò che l’opprime e imponendosi tanto per il suo valore umano quanto per le sue competenze politiche» (nota 5).

Nel primo capitolo (“Il figlio delle Dolomiti”) l’Autrice presenta piccole ma significative annotazioni biografiche, con la nascita nel 1881 a Pieve Tesino, vicino a Trento, che allora dipendeva da Innsbruck ed aveva amministrazione austriaca, ma con 360.847 italiani e 13.450 tedeschi. Il padre, coniugato con Maria Morandini, era capo di brigata del posto di polizia di Pieve Tesino. Alcide si appassionava qui di gite in media e alta montagna, mentre nascevano altri tre fratelli, Mario futuro sacerdote (morto in giovanissima età), Marcella e Augusto. Egli, dopo essere stato allievo prima del collegio vescovile e poi del liceo imperiale, poté impadronirsi di una buona conoscenza non solo dell’italiano, ma anche del tedesco.

Aderirà intanto al Partito Popolare Italiano, fondato da Don Luigi Sturzo (nato a Caltagirone in Sicilia nel 1871 e morto a Roma nel 1959, dopo essere stato nominato Senatore a vita nel 1953). Il prete siciliano era di grande e approfondita cultura, specie sul piano socio-politico, a partire dalle posizione innovative dell’Enciclica Rerum Novarum di Leone XIII (1891), che, rifiutando la dottrina marxista della lotta di classe, invitava alla collaborazione fra lavoratori e datori di

lavoro, nel rispetto delle competenze e degli interessi di entrambi. Si può ricordare che Sturzo, nel novembre 1918, con l’approvazione di Papa Benedetto XV, aveva pubblicato “l’Appello a tutti gli uomini forti e liberi” del 18 gennaio di quello stesso anno. Veniva predisposto intanto il 1° Congresso del nuovo partito, che si sarebbe tenuto a Bologna nel giugno 1919, affidando la presidenza a De Gasperi, il quale però non poté presentarsi alle elezioni legislative di quell’anno, non essendo ancora avvenuta l’annessione giuridica all’Italia del Trentino, che ora comprendeva, come ai tempi del dominio austriaco, la provincia di Trento e quella di Bolzano o Alto Adige / Sud Tirolo.

In quelle elezioni, comunque, il Partito Popolare Italiano poté ottenere 100 seggi su un totale di 508, superato però dal Partito Socialista che poté contare su 155 seggi, mentre i Liberali, che da lungo tempo avevano dominato la scena politica italiana, erano in netta diminuzione. Non si poté raggiungere nessuna maggioranza, perché i socialisti – come scrive l’Arnoux de Pirey (nota 6) – rifiutavano allora di allearsi con i Popolari. Questi, d’altra parte, non accettavano di collegarsi con l’ala sinistra del socialismo, che, attratta dal successo della rivoluzione sovietica, moltiplicava scioperi e occupazioni di terre e di fabbriche, creando una situazione di guerra civile, a cui si opponevano i “gruppi di intervento” del fascismo nascente, a base di “manganelli” e di “olio di ricino”, fatto ingurgitare in grandi quantità.

Così, dopo solo due anni di governo, fu sciolto il Parlamento e indette nuove elezioni nel maggio 1921. Questa volta De Gasperi poté presentarsi candidato e divenire deputato, con altri 106 esponenti del Partito Popolare, dopo un’accesa campagna elettorale. Durante questa, fra l’altro, conobbe la futura moglie, Francesca Romani, sorella dell’amico Pietro, con cui Alcide aveva studiato a Vienna ed era stato imprigionato con lui a Innsbruck. Di famiglia agiata, Pietro possedeva una grande casa, poco fuori di Borgo Valsugana. Francesca, terza di sette figli, aveva 25 anni ed aveva studiato dalle “Dame di Sion” a Trento e poi in Baviera e a Brighton in Inghilterra, dove aveva imparato l’inglese, che univa a una pratica fluida di italiano, tedesco e francese. Finalmente, il 14 giugno 1922 (a quattro mesi dalla marcia su Roma), Alcide a 41 anni poté sposare la sua Francesca e fare anche un interessante viaggio di nozze, prendendo poi dimora a Trento, in via di Torre Verde (nota 7).

Continua intanto la sua vita di giornalista appassionato e di politico di successo, sempre legato particolarmente al suo Trentino, che sceglie anche come

titolo del suo giornale, aggiungendo l’aggettivo “Nuovo”, quando poté ripubblicarlo dopo la cessazione del 1915, una volta conclusa vittoriosamente la guerra e raggiunta l’autonomia della Regione, come ai tempi del dominio austriaco. De Gasperi era divenuto fervido sostenitore di un’Europa unita, legata da ideali di giustizia e fratellanza e da interessi economici comuni, per tenere lontane le guerre e rafforzare l’umana solidarietà. Frattanto Mussolini, considerato da molti all’estero come il “restauratore dell’ordine”, continuava in realtà la sua politica repressiva, giungendo a far radere al suolo la casa dell’onorevole popolare Miglioli e a far assassinare il socialista Piccinini “colpevole di essersi candidato”.

Con l’approvazione della Legge Acerbo, che prevedeva per il partito che avesse raggiunto il 25% di voti, il “premio di maggioranza” dei due terzi dei seggi, Mussolini si assicurò il dominio assoluto dell’aula parlamentare, mentre l’annessione di Fiume all’Italia faceva aumentare la sua popolarità. Furono 350 i deputati fascisti eletti contro i 120 non fascisti, fra cui 40 del Partito Popolare, 30 Socialisti, meno di una decina i Repubblicani, i Liberali, i Socialdemocratici e i Comunisti. I più decisi oppositori di Mussolini furono ammazzati come Matteotti, mentre gli altri, a cominciare da De Gasperi, Amendola, Filippo Turati, ecc., rievocando l’antico episodio della lotta della plebe romana contro il patriziato, fecero una nuova “secessione dell’Aventino”, riunendosi in un altro locale di Montecitorio, anche in pieno agosto. Presentarono poi una nota di protesta al Re, che non affrontò il problema, mentre la polizia sequestrava i 25 giornali che avevano pubblicato la notizia.

Il 27 giugno 1925 De Gasperi, Amendola e Di Cesaro invitarono il Re a farsi carico del problema, ma questi si limitò a dire che ne avrebbe parlato col suo primo ministro. Intanto continuavano le violenze mirate, mentre il giornale fascista “L’Impero”, il 19 luglio 1924, invitava a eliminare «quelle perenni offese al sentimento nazionale che si chiamano Albertini, Amendola, Sturzo, De Gasperi, Turati, ecc.». Venne accusato come autore del pezzo Emilio De Bono, uno dei quadrumviri della marcia su Roma e futuro Ministro delle Colonie (1929-1935). L’autore materiale del fatto, Amerigo Dumini (1894-1967), un fascista fanatico, più volte gratificato dal Duce di somme cospicue per le sue imprese repressive di antifascisti più o meno noti (notizia ripresa dalla voce A. Dumini di Wikipedia), fu condannato a due mesi di prigione, per omicidio preterintenzionale e compreso nell’amnistia dell’agosto 1925, inviato quindi in Libia a spese del governo.

Frattanto Don Sturzo fu invitato dalla Segreteria di Stato Vaticana a espatriare, finendo prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, per vari anni. De Gasperi strinse amicizia anche con politici “laici”, come Amendola, che gli avrebbe confidato di non essere cattolico, ma di sentirsi cristiano come lui. Vari esponenti cattolici, come Ciccolini e il già ricordato Giordani, presero pubblicamente posizione a favore di De Gasperi, mentre Mussolini tenne il famoso discorso del 3 gennaio 1925, dichiarando che se il fascismo era una “associazioni a delinquere”, lui era il capo di questa associazione.

Non restava a questo punto a De Gasperi che riunire a Roma il quinto e ultimo congresso del Partito Popolare, per ribadire il primato dei diritti della persona, della famiglia e della società, riconosciuti dalle organizzazioni politiche moderne, contro il vecchio stato di polizia che tentava di ricomparire. Pochi mesi dopo, nel luglio 1925, Giovanni Amendola venne di nuovo aggredito e questa volta massacrato da una trentina di fascisti, mentre nel novembre e dicembre di quello stesso anno venivano promulgate le cosiddette “leggi fascistissime”. Queste prevedevano, fra l’altro, che nessun problema potesse essere inserito nell’ordine del giorno del Parlamento, senza l’approvazione del Capo del Governo. De Gasperi decise di dimettersi dalla segreteria del partito ed anche dalla direzione del “Nuovo Trentino”, mentre i tentativi degli “Aventiniani” di tornare in Parlamento venivano stroncati con rabbiosa violenza.

De Gasperi non poté far altro che ritirarsi nel suo Trentino, facendo spedire i suoi mobili a “Borgo Valsugana”, ma finì per trovarsi in posizione precaria, senza l’indennità parlamentare e senza il pur modesto compenso che percepiva come direttore del “Nuovo Trentino”, divenuto organo del “Partito Nazionale Fascista”, analogamente a quanto avvenne per la “Banca Popolare” e tutte le altre istituzioni create dagli uomini del Partito Popolare Trentino, ben note allo stesso Mussolini. L’imprevisto intervento dell’onorevole Marzotto, un fascista moderato, che rispettava il collega dell’opposizione e che decise di prenderlo con sé, come ospite della sua villa di Valdagno, per farlo partire all’alba del giorno seguente per Milano, dove De Gasperi poteva essere ospitato dagli amici Carpaneda. Per non comprometterli, dopo pochi giorni, Alcide pensò di muoversi verso Roma, nella speranza di trovarvi lavoro, ignorando che nel frattempo era stato emesso, il 9 novembre 1926, un decreto che dichiarava decaduti dal loro mandato i deputati detti dell’Aventino. Mentre era di ritorno verso il Nord, alla stazione di Firenze, fu arrestato con la moglie ed ebbe occasione di sperimentare per la prima volta la “prigione fascista” e di veder sequestrati i propri bagagli (pp. 117-118 dell’opera citata).

Non passò molto tempo che ci fu per lui l’occasione di sperimentare una seconda incarcerazione, di cui la stampa non poté divulgare la notizia. Nelle Lettere dalla prigione, pubblicate da Francesca De Gasperi (Mondadori, Milano 1955), l’anno dopo la sua morte, dove si poteva leggere, fra l’altro, la richiesta di inviargli oltre alla Bibbia e all’Imitazione di Cristo dei libri di storia. Significativo poi il fatto che Carlo Romani, accorso a Roma per aiutare la sorella, non fu incarcerato e poté anzi riportare Francesca a Borgo, dopo una decisione ministeriale del 21 marzo 1927. In seguito lo stesso Alcide poté tornare nell’amata Valsugana per le gravi condizioni di salute del padre, sia pure rimanendo «in stato di arresto e accompagnato da tre agenti» (p. 123). L’attenuazione delle misure nei suoi confronti poteva trovare una giustificazione per i primi tentativi di promuovere il processo di “conciliazione” fra Stato e Chiesa, che sarebbe stato sancito due anni dopo.

Alla fine però, nonostante l’abile e appassionata difesa di Filippo Meda, De Gasperi fu condannato a quattro anni di carcere e ventimila lire di ammenda. Viene riportata la lunga lettera scritta alla moglie (pp. 134-135), nella quale, fra l’altro, cercava di consolarla con la speranza che il processo d’appello avrebbe modificato la sentenza. Decise poi di non ricorrere neppure in appello e di fare «ogni giorno scuola di indurimento e di adattamento», per accettare alla fine di fare ricorso per amore di lei, dei figli e della suocera, che non era certo un personaggio da barzellette, ma «una seconda madre» (p. 137). In seguito le sue condizioni di carcerato furono ulteriormente mitigate, specie dopo l’intervento del medico della prigione che lo fece trasferire in cliniche, dove poté godere di un po’ più di libertà, grazie anche all’umanità dei carabinieri addetti alla sua custodia, «ragazzi di cuore» che si facevano aiutare da lui anche a scrivere le loro lettere d’amore (pp. 139-140). Può essere significativo ricordare che la morte di De Gasperi fu seguita da un pubblico numeroso e attento, anzitutto nel Trentino, dove una grande folla volle essere presente alla prima tappa del suo funerale, ma anche nelle successive, a cominciare da quella di Verona – Porta Nuova, dove moltissimi vollero rendergli omaggio e molti anche si inginocchiarono con un gesto spontaneo di venerazione, vivo anche nella mia personale memoria.

L’Arnoulx De Pirey, in quanto donna, valorizza in modo penetrante le lettere di Francesca al marito, che a sua volta rivendicava la dimensione ideale della sua attività politica, come una vera e propria missione, radicata nella sua fede di cristiano, per il quale «il progresso non è prodotto dalla violenza e la vera forza è giustizia, verità, libertà, dolcezza, pace», come le scriveva in una lunga e bellissima lettera (pp. 141-144, p. 143 per la citazione puntuale). Frattanto si faceva il processo di cassazione che non avrebbe fatto che confermare la sentenza di appello (p. 145), portando il prigioniero a pensare di dover addirittura rinunciare «alla speranza di una qualsiasi ripresa futura dell’attività politica» (p. 151).

Alla fine del giugno 1928, il Re Vittorio Emanuele III aveva partecipato a Trento all’inaugurazione del monumento in memoria di Cesare Battisti e il “principe vescovo” di Trento, Celestino Endrici, colse l’occasione per chiedere la grazia per De Gasperi, che il 10 luglio seppe di essere libero, sia pure tenuto a risiedere a Roma, «in qualità di vigilato speciale» (p. 153). Sarebbero stati nuovamente gli amici di Trento (il vescovo Endrici e don Delugan, succeduto a De Gasperi nella direzione del “Nuovo Trentino”) ad aiutarlo concretamente, così da permettergli nel gennaio del 1929 di far venire a Roma la famiglia, nell’attesa di un impiego nella Biblioteca Vaticana. Qui finalmente fu nominato il 1° marzo 1929, sia pure come “impiegato soprannumerario”, a 1.000 lire al mese (p. 159). Successivamente la situazione migliorò, con importanti traduzioni e qualche pubblicazione, potendo così assicurare una “esistenza decente” alla famiglia, in un’abitazione più vicina al Vaticano.

Avrebbe avuto così anche l’occasione di assistere ad una forte presa di posizione di Pio XI, in difesa della libertà della Chiesa, con la promulgazione dell’enciclica Non abbiamo bisogno, del 1931, contro i tentativi di militarizzare fanciulli, ragazzi e giovani. Di fronte alla richiesta di Mussolini di un «atto di cortesia» che portasse al licenziamento dal suo impiego in Vaticano, De Gasperi poté avere la soddisfazione di sapere che il Papa aveva risposto al Duce che sarebbe stato per lui «un atto di vigliaccheria togliere quel poco di pane, che voi gli avete levato, a un onesto uomo ed onesto padre di famiglia» (p.163). In tal modo egli ebbe l’impegno di lavorare per quattordici anni alla Biblioteca Vaticana, dalle 8.00 alle 13.00 di ogni giorno, in un ambiente sereno e amichevole, che si rivelò «l’unico rifugio Europeo rimasto a Roma», dove poté «arricchire la sua formazione e la sua cultura personale», avendo anche l’occasione di «consultare pubblicazioni e giornali […] non sottomessi alla censura fascista» (p. 164). Intanto l’11 novembre 1930 nasceva la terza figlia, Cecilia, e il 10 giugno 1933 la quarta e ultima, Paola. Con loro giocava, insegnava i canti di montagna, preparava il presepio, con lo sfondo delle montagne dolomitiche, leggeva il libro di Pinocchio e rispondeva alla più grande, Maria Romana, che chiedeva «dove vanno le donne a cercare i mariti» e lui la tranquillizzava, spiegando che «tradizionalmente la procedura si svolgeva in senso inverso» (p. 166).

Quando poi, nel 1945, veniva nominato nel primo governo della Resistenza, «Ministro senza portafoglio», la figlia più piccola, Paola di 9 anni, restava delusa, pensando che egli fosse stato «retrocesso nella scala sociale», ma lui si limitava a far notare il contrasto fra i canti fascisti insegnati a scuola e le parole del Vangelo (p. 167). Naturalmente l’interessante e ricco volume della collega francese, che ha saputo davvero seguire, con particolare attenzione, le vicende della vita pubblica italiana, servendosi di un ricorso continuo ad una ricchissima bibliografia di nostri autorevoli storici non ha potuto avvalersi del grosso volume, L’Italia del Novecento. Questo volume, infatti, è uscito in prima edizione nel novembre 1998 presso Rizzoli, opera di due famosi giornalisti italiani, Indro Montanelli e Mario Cervi, autori di una fortunata serie di Storie dedicate all’Italia, certo con “stile giornalistico”, ma non senza interessanti riferimenti a precisi episodi ed anche con valide o accettabili osservazioni relative ai fatti riportati.

Quando poi la seconda figlia Cecilia, avrebbe deciso di entrare in convento, avrebbe scritto nel 1947 una lunga lettera al padre, per ringraziarlo della sua paternità salda e forte che aveva inciso più di tutte le lezioni scolastiche, con il suo parlare di «cose belle e intelligenti». Frattanto, convinto che un cambio di governo non fosse molto vicino e con nuove preoccupazioni per il suo stato di salute, scriveva, il 4 settembre 1935, una specie di testamento in una lettera alla moglie, affidandole tutti i suoi cari, a cominciare dalle “deliziose bambine”. Con questa, in particolare, la pregava di ringraziare nuovamente il Papa per quello che aveva potuto fare per lui. Le ricordava poi i suoi scritti pubblicati con vari pseudonimi e diffusi dopo la Liberazione, con il titolo Studi ed appelli della lunga vigilia (Cappelli, 1946). Nel 1938 veniva nominato Segretario della Biblioteca Vaticana con significativo aumento dello stipendio mensile (3.900 lire al mese). Frequentava intanto la messa celebrata a Sant’Ivo alla Sapienza da Giovanni Battista Montini, il futuro Papa Paolo VI, «figlio di un antico deputato del “Partito Popolare”».

L’impresa d’Etiopia o di Abissinia, come si preferiva dire allora, avrebbe gettato l’Italia nelle braccia della Germania Hitleriana (Nota 8).

Frattanto, nel marzo 1937, Pio XI emetteva l’Enciclica Mit brennender Sorge di condanna del nazismo, dopo essersi ritirato a Castel Gandolfo, «non volendo restare in una città in cui sventolava una croce nemica della croce di Cristo». De Gasperi ritrovava poi vecchi amici, come Igino Giordani, pure impiegato nella Biblioteca Vaticana o il veronese Guido Gonella (1905-1982), redattore dell’”Osservatore Romano”, futuro ministro della PI, dal luglio 1946 al luglio 1951. Attorno a Ivanoe Bonomi, socialista riformista, già Presidente del Consiglio dopo la prima guerra mondiale, si ritrovavano uomini di vari partiti antifascisti, universitari della FUCI, tra cui Giulio Andreotti, ma anche comunisti, socialisti, membri del Partito d’Azione e Democratici del Lavoro, che facevano riferimento al Comitato di Liberazione Nazionale (CLN). Al generale Badoglio che tentava di dissuadere Hitler dall’entrata in guerra, questi dichiarava di aver bisogno di alcune migliaia di morti (in realtà alla fine i morti furono mezzo milione!), per sedersi da vincitore al tavolo della pace. A questo punto Badoglio si dimetteva da Capo di Stato Maggiore. Nel giugno 1941 Mussolini chiedeva a Hitler «l’onore di attaccare insieme la Russia», provocando l’infuriare dei bombardamenti sulla Penisola, mentre gli inglesi con i loro “radar” distruggevano gran parte della nostra flotta e “avvenivano” i primi sbarchi alleati in Marocco e Algeria.

Veniva affrontato il problema di Trieste, tagliata in due e occupata dagli “Alleati”, che era un valore simbolico, come Strasburgo per i francesi. Essa sarebbe stata restituita all’Italia due mesi dopo la morte di De Gasperi, proprio grazie alla sua azione paziente e tenace. Intanto, il 3 Aprile 1951, si faceva festa in casa per i suoi 70 anni e la DC gli offriva una villetta a Castel Gandolfo, una «casa moderna come non ne aveva mai avuto […], due ettari di campagna, dove fu tentato ogni esperimento in materia di ortaggi e di frutta» (p. 255). Particolare attenzione riservava egli a tutte le persone, a partire dalla domestica Giuseppina, per venire alla figlia monaca, Lucia, che era la sua “consolatrice” e che lo seguiva sempre con la sua lettura dei Padri della Chiesa o anche di autori contemporanei, specie francesi, ma anche italiani, a partire da Dante per venire a Carducci. Vi erano state intanto le elezioni amministrative del 1951, con risultati un po’ deludenti, specie in confronto con le politiche del 1948. Nel settembre 1951 affrontava un nuovo viaggio oltre oceano, per «prendervi contatti nel quadro del patto Atlantico». Egli

intervenne per sottolineare la necessità di un’alleanza tra popoli liberi anche al di là degli obiettivi di difesa militare. Questa volta «la delegazione italiana è accolta da Truman in persona» e De Gasperi viene «di nuovo ricevuto al Congresso», dove può, tra l’altro, ricevere la promessa degli Stati Uniti di appoggiare l’ammissione dell’Italia all’ONU (p. 261). Il 27 maggio 1952 andava a Parigi per firmare il trattato sulla “Comunità Europea di Difesa”, la CED, costituita intanto da 6 Stati. Nel settembre di quello stesso anno si recava in Germania ad Aquisgrana (Augsburg), per ritirare il premio “Carlo Magno”. Accolto da Adenauer che avrebbe detto, fra l’altro, che «nessuno più di De Gasperi ha contribuito a promuovere l’idea di Europa Unita e le istituzioni Europee» (p. 262).

«L’attività del VII Governo De Gasperi è stata considerevole anche all’interno», con gli interventi relativi alle «catastrofiche inondazioni della Pianura Padana, al programma di costruzioni di case popolari, di rimboschimento e di “cantieri-scuola” per i giovani senza lavoro, di costruzioni navali […], di metanodotti per lo sfruttamento dei giacimenti della Pianura Padana» (p. 263). Anche la riforma agraria proseguiva il suo corso al Sud. A primavera del 1952 vi sarebbero state elezioni amministrative al Centro Sud (Roma, Napoli, Bari), dopo quelle dell’anno precedente, soprattutto al Nord, mentre si formava nella capitale un gruppo di Cattolici raccolti intorno a Gedda, presidente dell’Azione Cattolica, che non davano fiducia a De Gasperi e accettavano candidati alternativi, compresi monarchici e neofascisti, rifiutati dal Premier, fino a quando Gedda avrebbe accettato di ritirarsi. Le elezioni avrebbero confermato le posizioni del Leader trentino a favore della DC. L’attendeva però una grande delusione, con il rifiuto dell’udienza richiesta a Pio XII, per festeggiare i suoi 30 anni di matrimonio e la professione religiosa perpetua della figlia Lucia. Egli che aveva ricevuto l’incoraggiamento di tre Papi (Leone XII, Pio X e Benedetto XV), di cui aveva goduto della stima e della benevolenza, già a partire da Pio XI e dallo stesso Pio XII nel 1949 e nel 1950. Disse ai suoi cari che «era bene lasciar perdere […] e affidare le cose nelle mani di Dio, accettando di non capire» (p. 266). Avrebbe tuttavia indirizzato una nota alla Segreteria di Stato del Vaticano, tramite l’ambasciatore italiano, senza ricevere riscontro. L’impressione del Cardinale Roncalli, futuro Giovanni XXIII, allora nunzio a Parigi che inviò lettera a lui «la invito ad un incontro che penso farà piacere ad ambedue». Con Grüber, cancelliere austriaco otteneva anche l’Alto Adige, mentre il 5 gennaio viene issata la bandiera italiana davanti alla Casa Bianca.

Il 1943 è l’anno del crollo definitivo della potenza militare italiana, mentre il 12 giugno dello stesso anno Americani e Alleati occupano l’isola di Pantelleria e il 12 luglio dello stesso anno sbarcano in Sicilia. Bonomi incontra il re per chiedere le dimissioni di Mussolini, ma il re tergiversa e si decide solo dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia e il bombardamento di Roma per farlo arrestare, dopo che lo stesso gran “consiglio del fascismo” si era dissociato dal suo capo, chiamando a capo del governo il generale Badoglio, che fece continuare la guerra. Poi ci sarebbe stato l’8 settembre 1943 e il re a la sua famiglia fuggirono a Brindisi, già occupata dagli Alleati. Bruno Buozzi, rappresentante dei socialisti, fu fucilato presso Roma mentre gli altri del CLN si salvarono in conventi o istituzioni religiose, ben presenti a Roma. De Gasperi dopo essere stato ospite di amici a Castelgandolfo, dove vi era il nuovo Papa Pio XII, poi nel palazzo del Laterano, insieme ad oltre 400 rifugiati, militari, ebrei e vari politici (Bonomi, Ruini, Saragat, Nenni, ecc.).

Fra loro si parlava spesso di quale forma di governo adottare. Mentre uomini di sinistra, azionisti, ecc., avrebbero voluto chiedere subito l’abdicazione del Re, De Gasperi, Bonomi e altri avrebbero preferito un referendum che coinvolgesse tutti i cittadini, d’accordo anche con Togliatti, da poco tornato dalla Russia. Intanto De Gasperi era nella sua casa romana di Via Bonifacio VIII e poi nel Seminario De Propaganda Fide, dove fu ospite per qualche mese del card. Costantini, che riconosceva in lui «una nobilissima figura di cristiano e di studioso, uomo di temperamento mite, sereno ed equanime» (nota vedi R. Catti De Gasperi, De Gasperi uomo solo, pp. 184-186). Intanto il Re nominava il figlio Umberto “luogotenente del regno”. A lui Badoglio presentava le dimissioni, accettate da Umberto, che nominava Bonomi come primo ministro, mentre De Gasperi diveniva “Ministro senza portafoglio” e pronunciava al teatro Brancaccio il suo primo discorso pubblico dal 1926. Alla fine del 1944, De Gasperi diveniva Ministro degli Esteri e poi Presidente del Consiglio, dal 1945 al 1953, svolgendo «tanta preziosa attività quanto altri in un’intera vita si sarebbe sforzato invano di realizzare» (Nota 9). E’ questo il tempo della “linea gotica” (da Massa Carrara a Rimini), con l’appoggio al Nord della “Repubblica di Salò”, combattuta dai “Partigiani” e la miseria più nera al Sud, in preda alla Mafia e alla Camorra, mentre il Senato veniva ridotto ad un terzo dei suoi membri, finendo però per far prevalere la tendenza

moderata. Azionisti e Socialisti si dimisero dal governo e Bonomi avviava un secondo governo, con l’appoggio però di soli quattro partiti e con De Gasperi Ministro degli Esteri, dove riusciva a riallacciare in breve rapporti diplomatici con varie Nazioni di diversi continenti. Nel gennaio 1945 è lui che otteneva abbondanti quantità di grano e di farina da Stati Uniti e Argentina, riuscendo anche ad ottenere il riconoscimento di una sovranità effettiva, anche per la nomina dei ministri. Non veniva però invitato alla “Conferenza di San Francisco”, dove si dovevano porre le basi dell’ONU. Poi alcuni stati si dichiararono d’accordo, ma l’URSS si sarebbe opposta e l’Italia sarebbe entrata all’ONU nel dicembre 1955, un anno dopo la morte di De Gasperi. Intanto gli “Alleati” risalivano verso il Nord a fatica, aiutati in qualche modo dalle bande partigiane, non coordinate però fra loro, almeno fino al giugno 1944, quando gli Alleati imposero il “comando unico del generale Cadorna”. Comunque i partigiani riuscirono a “liberare” una parte dell’Italia settentrionale, con Genova e Milano, prima dell’arrivo degli Alleati. De Gasperi si limitò a inviare due brevi messaggi radiofonici per invitare all’unità della lotta, nella convinzione che l’Italia non voleva nuove dittature e aspettava il ritorno di «un milione di altri fratelli» (Nota 10).

De Gasperi, prima come Ministro degli Esteri e Segretario Generale della DC, poi come Presidente del Consiglio ebbe una funzione decisiva per evitare le convulsioni sociali che erano avvenute nel primo dopoguerra e far capire la necessità di un governo capace di porsi al di sopra delle diverse posizioni politiche e di «ricostruire lo stato» (p. 197). Nel mese di maggio 1945, come Ministro degli Esteri, doveva intanto affrontare la vicenda di Trieste, occupata dai partigiani Iugoslavi, che avevano massacrato la Divisione Osoppo, formata da partigiani italiani. De Gasperi denunciò l’aggressione subita e finalmente ottenne l’intervento del maresciallo Alexander, che alla fine fece in modo che la bandiera italiana sventolasse di nuovo su Trieste, anche se la vicenda definitiva si sarebbe conclusa solo nel 1954.

De Gasperi avrebbe indicato nella DC un “Partito di Centro che tende a Sinistra”. Il Presidente della Repubblica Enrico De Nicola reinvestì De Gasperi alla Presidenza del Consiglio il quale dichiarava di essere il notaio incaricato di liquidare il fallimento altrui. Entro pochi anni Italia e Francia si sarebbero trovate come sorelle latine. «Tutto, tranne la vostra personale cortesia è contro di me». De Gasperi presente nella stessa sala del Luxenburg come Presidente della Comunità

Europea acclamato unanimemente dai deputati di sei Stati. «Quando passò davanti alla delegazioni USA gli stesi la mano e gliela strinsi: voleva fare coraggio a quest’uomo che aveva sofferto da Mussolini ed ora soffriva dalle mani delle nazioni alleate».

Dal «Cuius Regio, eius et religio», principio sanzionato ad Augusta dopo le guerre di religione che insanguinarono l’Europa, quando furono tre cattolici come De Gasperi, Adenauer e Schuman a fondare uno spazio politico sovranazionale. Tanto che alcuni protestanti giunsero a considerare quei primi passi di un’Europa Unita come un «complotto cattolico», solo perché erano cattolici i politici che stavano operando in tal senso. Non è che con posizioni meno cattoliche si attenuino ora le pressioni di Lobby anticattoliche a Bruxelles. Vedi il pronunciamento di Papa Francesco sulla chiesa che ha delle organizzazioni, ma non è un’organizzazione. (Nota 11)

Note
1. Vedi, ad esempio, “Avvenire” del 7 marzo 2017 l’intervento di Luca Diotallevi, che rievoca – per dirli con Lorenzo Fazzini – il “complotto cattolico” dell’Europa che si univa «solo perché erano cattolici i ministri che stavano operando in tal senso», facendo riferimento a De Gasperi, Adenauer e Schumann. Per “Famiglia Cristiana” confronta il numero del 26 marzo 2017, con la significativa intervista alla primogenita Maria Romana Catti De Gasperi, oggi di 94 anni (Cfr. pp. 36-39).

2. Vedi D. Oitana, Siamo tutti democristiani, «Il Foglio», gennaio-febbraio 1981, pp. 2-3.

3. Cfr. E. Arnoux De Pirey, De Gasperi, Il volto cristiano della politica, Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 1992, seconda edizione 1994, p. 8.

4. Per dirla col titolo di un volume di Igino Giordani, Alcide De Gasperi, il ricostruttore, Ed. Cinque Lune, Roma 1955.

5. Vedi l’introduzione al volume sopra citato dell’Arnoux de Pirey, pp. 10-11.

6. Vedi pp. 79-81 del medesimo volume già citato.

7. Vedi p. 87 del volume citato, con riferimento all’opera della figlia Maria Romana Catti De Gasperi, De Gasperi, uomo solo, Mondadori, Milano 1964.

8. Cfr. F. Chabod, L’Italia Contemporanea (1918-1948), Einaudi Torino, 1961 p. 94.

9. Vedi G. Andreotti, De Gasperi visto da vicino, Rizzoli, Milano 1986, p. 57.

10. De Gasperi, Discorsi politici, Vol. I, pp. 22-25.

11. Cfr. L. Fazzini, “Avvenire” 7 marzo 2017, p. 26.